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Aspettando il romanzo che non verrà

contributo inviato da hommerevolte il 11 marzo 2012

Risulta di difficile comprensione l'intento insistito e reiterato di aspettarsi che qualche romanzo ponga fine ai conti ancora aperti degli anni di piombo: quelli del terrorismo e delle stragi. Oggi  sul supplemento "La Lettura" del Corriere della Sera, l'ultimo articolo di un lunga serie che procrastina questo topos del giornalismo culturale.
E' facile pronosticare che non sarà  un romanzo a poter chiudere una questione che è politica o al suo più profondo livello etica. Non lo sarà perché non ci sono romanzieri di livello?
Non lo sarà perché solo a leggere di questi articoli ci si rende conto della levità dei loro autori, che sono poi i critici dei romanzi e dei testi sull'argomento.

In questo ultimo articolo, "Anni (truccati) di piombo", l'autore, Demetrio Paolin, denuncia il fatto che alcuni testi, non romanzi ma piani documentari scritti o interviste (come quelli di cui si è discusso nel Convegno europeo di Torino del novembre scorso), cioè quelli di Stefano Caselli e di Giovanni Fasanella, abbiano una impronta vittimaria, e siano così a rischio di agiografia.
L'autore naturalmente dimentica di segnalare l'esistenza di una letteratura agiografica dell'altra parte che non ha confronto quantitativo  e che data da decenni.
Che non ha confronto neppure dal punto di visto del 'glamour' dei personaggi: quanto è più romantico la vita del terrorista rispetto a quella della sua vittima. Il fascino della rivoluzione e del caos contro l'ordinarietà del riformismo o dell'ordine.
Non ha confronto soprattutto su un punto discriminante, le vittime sono spesso testimoni muti, per il motivo che sono state uccise.
Capita così che difficilmente si segnali che l'equilibrio tra le due narrative sia assolutamente impari. Dai numeri risulterebbe che i vincitori della storia siano i terroristi.
Che i figli delle vittime debbano scrivere i libri sui loro padri connota solo il livello zero della ricerca accademica in materia. Infatti chiunque, pur con poche cognizioni di metodologia storica, sa che il rischio agiografico sarebbe annullato se le vittime fossero intervistate da ricercatori e studiosi.
Ma in Italia, al contrario della Spagna, il lavoro di testimonianza e di memoria della vittime del terrorismo è stato lasciato ai giornalisti e a qualche parente che ha potuto permetterselo.

No, non sarà un romanzo a chiudere gli anni di piombo: il livello culturale del paese è assai più al lumicino della sua economia. Un generazione nuova di studiosi potrà rimettere le cose a posto, ma quando avverrà sarà di consolazione a qualche figlio invecchiato, forse, non certo a qualche vedova delle centinaia di morti ammazzati in quegli anni.

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