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Le amnesie sugli anni piombo e il ruolo delle vittime

contributo inviato da hommerevolte il 5 dicembre 2013

Ending Terrorism in ItalyEnding Terrorism in Italy, di Anna Cento Bull e Philip Cooke (Routledge, 2013) è un saggio che analizza come sia stata condotta e gestita la lotta al terrorismo sul piano legislativo e politico e le relative conseguenze che hanno reso problematica la chiusura della sua stagione, in particolare sotto il profilo dei due attori principali: i terroristi e le loro vittime, la cui eredità ed interpretazione storica è ancora oggi oggetto di aspri contrasti e dure controversie.

La motivazione alla base dello studio è un punto fondamentale da sottolineare e dal quale partire, perché pone questo saggio in una funzione che non è meramente accademica, ma anche civile, in quanto il risultato della ricerca può essere messo a frutto nelle politiche di gestione dei conflitti, tanto sul versante dei processi di deradicalizzazione e disimpegno dal terrorismo che su quello del ruolo delle vittime verso i valori e le forme della democrazia. Gli autori precisano infatti che se sono numerosi gli studi sui processi di radicalizzazione, i processi inversi sono stati assai meno analizzati e il ruolo delle vittime e delle loro associazioni addirittura completamente negletto, non solo in Italia.

Il risultato sono una serie di capitoli iniziali che, dopo aver presentato le varie interpretazioni del terrorismo italiano, nelle sue molteplici articolazioni, analizzano il ruolo svolto dalla legislazione premiale degli anni ’80 (le leggi su pentiti e dissociati), quello svolto dal sistema carcerario e le riforme attuate (legge Gozzini), e quello, poco noto della Chiesa cattolica, nel recupero e reintegro dei terroristi nella società civile.

Il saggio in questo percorso evidenzia come le vittime siano state tagliate fuori da ogni decisione dello Stato italiano in merito ai processi legislativi riguardanti i terroristi e abbiano subito una seconda vittimizzazione da questa marginalizzazione e privazione di ruoli e di diritti sui vari piani politico, sociale, psicologico e assistenziale. Ed evidenzia, altresì, come solo in anni recenti, queste ultime abbiano acquistato peso grazie all’attivismo civile dal basso delle loro associazioni e alla narrativa dei figli. Così per la prima volta, dopo che nella letteratura accademica erano state studiate solo le memorie degli ex terroristi, gli due autori presentano due capitoli dedicati alle memorie di entrambe le parti. Oltre ai libri di ex terroristi e vittime, si aggiungono i resoconti delle interviste da loro svolte in Italia, comprese quelle alle associazioni delle vittime.

Le conclusioni in merito sono chiare. A fronte delle “strategia dell’amnesia” portata avanti dallo Stato Italiano da oltre 40 anni, con la sola recente eccezione del Presidente Napolitano, le due forme narrative si presentano come contro-memorie: ma mentre quella degli ex terroristi è a beneficio di sottogruppi nazionali ideologici, fatti di estremisti di destra e sinistra, e finiscono con l’assecondare la strategia dominate di elidere il ruolo avuto nel terrorismo dallo Stato; quella delle vittime è mirata, con le sue richieste di verità, giustizia, trasparenza, “a riformare lo Stato e le sue istituzioni a beneficio di tutti i cittadini”.

Nella tragicamente famosa dimensione italica di una memoria divisa, è l’attivismo e la narrativa delle vittime che spinge a rompere il “patto del silenziotra Stato e terroristi, cioè a porsi nella solo direzione possibile per chiudere gli “anni di piombo” nel nostro paese. Quella auspicata, oltre che dai due autori, da Giovanni Pellegrino, Guido Salvini, Giulio Vasaturo e Giovanni Moro, di avviare un processo di truth-telling, di racconto della verità, di truth-aknoledgement, di vera conoscenza, di democracy-bilding, di costruzione democratica, che promuova un processo di riconciliazione, non tanto tra vittime e carnefici, quanto tra lo Stato e i suoi cittadini.

Il senso del libro è quello di evidenziare la capacità che lo Stato italiano ha avuto di mettere fine al terrorismo attraverso strumenti che hanno funzionato, seppur eticamente discutibili, come le leggi su pentiti e dissociati, e di avere, con l’ausilio della Chiesa, permesso ai terroristi di reintrodursi pacificamente nella società, ma il tutto al prezzo di aver messo una spessa coltre atta a far dimenticare sia quanto è successo alle vittime, sia il suo ruolo ambiguo, quando non correo, che mina alla base la fiducia dei cittadini. Per ricostruire un rapporto di fiducia, e non potendo a distanza di così tanto tempo pensare di aggiungere giustizia, è almeno sul piano delle verità, come rivendicato dalla vittime e le loro associazioni, che si deve ripartire. Nel testo è riportato lo scetticismo da me espresso nell’intervista rilasciata, congiuntamente con il presidente dell’Aiviter, Dante Notaristefano, sulla volontà del ceto politico di avviarsi su questa strada: ma è indubbiamente la sola che possa svolgere un processo di giustizia riparativa verso le vittime, di costruzione di fiducia verso le istituzioni democratiche e di prevenzione verso il ripetersi di stagioni di violenza politica.

Da segnalare l’ultimo capitolo del libro, che trae le conclusioni con una analisi comparata dell’Italia con le esperienze dei “Troubles” nell’Irlanda del Nord e quella della Guerra civile in Spagna, frutto di un seminario che si è svolto all’Università di Bath nel giugno 2012, al quale ho avuto piacere di partecipare con Manlio Milani, della Casa delle Memoria di Brescia, e Micheal Gallager, dell’associazione Omagh Support & Self Help Group. Questa comparazione è altresì preziosa per una serie di similitudini, pur nelle diversità dei contesti - prima tra tutte quella di ovviare alla scelta degli Stati di dare priorità alla pacificazione a scapito delle vittime, in un'ottica di rimozione degli eventi traumatici occorsi - che devono essere ben considerate e valorizzate nelle scelte politiche di riconciliazione in qualunque paese alle prese con la violenza politica.


I partecipanti al seminario che si è svolto all’Università di Bath nel giugno 2012

Concludo con due notazioni polemiche.

La prima è il confronto con il testo precedentemente recensito Figli delle vittime. Gli anni settanta, le storie di famiglia (qui recensito), il quale al confronto con quello di Anna Cento Bull e Philip Cooke appare ancor più ambiguo e debole, presentando le narrazioni delle vittime e le attività delle loro associazioni in una chiave interpretativa degli anni settanta che arriva a sposare, almeno in taluni casi, le tesi di Giovanni De Luna o, pur non citandolo, dell’ex leader di Prima Linea, Sergio Segio.

La seconda è in merito al ruolo della potente associazione di don Luigi Ciotti, Libera. Gli autori di Ending Terrorism in Italy, nei ringraziamenti, segnalano stupiti che l’associazione torinese non ha accolto la loro richiesta di intervistarli, presumibilmente in merito al suo ruolo di struttura che ha accolto molti ex terroristi nel suo seno a lavorare. L’associazione ha recentemente organizzato due presentazioni delle tesi di Magistratura Democratica, quelle dell’agenda 2014 che contengono il controverso contributo di Erri De Luca, “Notizie su Euridice” (qui recensito), all’origine delle dimissioni del procuratore Giancarlo Caselli, dall’organizzazione dei magistrati di cui era prestigioso esponente. L’ambiguità anche in questo caso domina. L’organizzazione Libera che ha reintegrato alla società molti terroristi oggi sposa una interpretazione che giustifica la scelta terroristica, in nome di una presunta lotta per la giustizia. Il suo leader, don Ciotti, rilascia interviste a tutti e su tutto, ma preferisce non parlare con dei ricercatori che studiano il ruolo delle Chiesa e delle sua associazioni nel recupero dei terroristi. Il lavoro di indagine su tale ruolo della Chiesa che, come sottolineano i due autori, è stato fino ad oggi poco sondato, sono sempre più convinto vada esteso a quello giocato anche da una parte delle magistratura, che è stato fino ad oggi completamente eluso.


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