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La morte di Giuseppe Uva resta senza colpevoli

contributo inviato da paoloborrello il 7 giugno 2018

Assolti due carabinieri e sei poliziotti imputati per la morte di Giuseppe Uva, avvenuta a Varese circa dieci anni fa. E’ la sentenza della Corte d’assise d’appello di Milano: i giudici hanno in sostanza confermato il verdetto di primo grado. Le accuse erano di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona.

 La sentenza di primo grado venne impugnata dalla Procura generale di Milano.

Per la prima volta, fu il sostituto procuratore generale Massimo Gaballo a chiedere la condanna degli imputati, perché la contenzione fisica a cui sarebbe stato sottoposto il 43enne, spiegava, per “violenta e ingiusta durata”, doveva ritenersi “causativa del grave stato di stress che innestandosi in una preesistnte patologia cardiaca ha determinato l’evento aritmico terminale e il decesso di Giuseppe Uva”.

Per questo aveva chiesto condanne per omicidio preterintenzionale e sequestro di persona aggravato dalla qualifica di pubblico ufficiale,  a 13 anni di carcere per i due carabinieri e a dieci anni e sei mesi per i sei poliziotti.

Cosa successe a Giuseppe Uva?

Nella notte fra il 14 e il 15 giugno 2008 Giuseppe, 43 anni, venne portato prima alla caserma dei carabinieri di Varese e da lì in ospedale per un trattamento sanitario obbligatorio.

La mattina dopo morì.

Il Gip, a suo tempo, scrisse che “Giuseppe Uva è stato percosso da uno o più presenti in quella stanza, da ritenersi tutti concorrenti materiali e morali”. La stanza citata era nella caserma dei carabinieri di Varese.

C’era anche un testimone, Alberto Biggiogero, che, con cinque anni di ritardo, venne ascoltato. Il confronto durò più di quattro ore.

Biggioggiero era con lui la sera in cui vennero fermati, ubriachi, dai carabinieri mentre spostavano transenne nel centro di Varese. E ai magistrati disse di averlo sentito urlare e chiedere aiuto una volta in caserma.

Nel febbraio del 2017, Biggioggiero verrà arrestato per aver ucciso suo padre dopo una lite.

La presidente di Radicali Italiani, Antonella Soldo, ha rilasciato la seguente dichiarazione, relativamente all’esito del processo d’appello.

“La morte di Giuseppe Uva resta senza colpevoli. Eppure quando un uomo muore nelle mani dello Stato un responsabile c’è: ed è lo Stato stesso.

L’assoluzione perché il fatto non sussiste è un’ingiustizia inferta al corpo martoriato di Uva, e un oltraggio al dolore dei suoi familiari.

Una sentenza del genere nega che l’arresto di Uva sia avvenuto illegalmente e che egli sia stato colpito a morte e che sia stato sottoposto senza ragione a un trattamento sanitario obbligatorio.

Come spesso avviene in questi casi, decine di occhi di pubblici operatori hanno assistito al suo martirio, senza intervenire. Dalla caserma all’ospedale.

Difendere l’onore dell’arma dei carabinieri non vuol dire occultare le responsabilità di alcuni dei suoi indegni esponenti, vuol dire stare dalla parte di chi non ha più voce. Come Giuseppe Uva, e come sua sorella e sua nipote, che da sole si sono battute per rompere un muro di silenzio e ostilità.

Basti ricordare il comportamento del primo pubblico ministero a cui il caso era stato affidato, Agostino Abate: alcuni dei suoi interrogatori si trovano ancora su Youtube e danno la misura della sproporzione di mezzi tra vittime e responsabili in cui questa vicenda si è sviluppata.

Da parte di Radicali italiani tutta la solidarietà alla famiglia di Uva, e l’auspicio che il ricorso in Cassazione ripristini la giustizia per Uva, e per la nostra Repubblica”.


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