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Gig economy, un milione di italiano fanno dei "lavoretti"

contributo inviato da paoloborrello il 12 giugno 2018

Circa un milione di italiani lavora per le piattaforme internet che offrono collaborazioni occasionali e di questi i rider, coloro che si occupano di consegne a domicilio (pasti e non solo) corrispondono al 10% del totale. Mentre sono tra 150 e 200.000 le persone che ne dispongono come unica fonte di reddito. E’ la prima fotografia approfondita della gig economy del nostro Paese, di coloro che si affidano a piattaforme internet che incrociano domanda e offerta di lavoro: vengono gestiti spesso da un algoritmo e il rapporto con chi paga dura solo per la singola prestazione e si rinnova ogni volta. 

Il giudizio su  queste nuove forme di lavoro non è univoco: secondo i più critici, una nuova forma di cottimo se non di sfruttamento, per altri sono soltanto nuove forme di lavoro introdotte dalle nuove tecnologie e dalla rivoluzione informatica che saranno sempre più diffuse e che pertanto hanno bisogno di una legislazione apposita e non si può, come vorrebbero alcuni, considerarlo in ogni caso lavoro dipendente.

Questi dati sono stati resi noti al festival dell’economia di Trento, nel corso del quale sono stati anticipati i primi risultati dello studio curato dalla fondazione Rodolfo Debenedetti, appunto sulla gig economy in Italia, che sarà presentato nella sua completezza il prossimo 4 luglio.

Lo studio in questione non mancherà di sollevare polemiche.

Uno dei dati, ad esempio, rivela che il 45% dei lavoratori si dice soddisfatto o abbastanza soddisfatto del lavoro svolto in questo modo e il 50% si dice favorevole a farlo con le regole che vengono proposte da chi commissiona la prestazione.

Più precisamente, secondi i due ricercatori Paolo Natacchioni e Saverio Bombelli, estensori dello studio, i “gig workers” sono tra i 700.000 e un milione di italiani, con una forchetta tra l’1,8 e il 2,6% della popolazione.

Per una quota compresa tra 150 e 200.00 persone i “lavoretti” come vengono definiti sono l’unica fonte di reddito, mentre per tutti gli altri si tratta di occupazioni occasionali che vengono aggiunte all’impiego vero e proprio, sia da chi ha contratti da dipendente, sia da chi è un autonomo o partita Iva.

Come anticipato, i riders non sono più del 10% del totale: la stragrande maggioranza della gig economy è coperta da chi lavora da casa o comunque da remoto per servizi “clouding”, in pratica da chi elabora on line dati, gestisce piattaforme internet o svolge traduzioni.

Ecco spiegato perchè la meta dei gig workers è donna. Non così tra i riders, dove la componente femminile si ferma al 10%.

Altri dati faranno discutere: il 70% dei lavoratori occasionali ha un livello di istruzione superiore, dal diploma di liceo al master e solo il 3% è immigrato.

Il guadagno medio lordo è di 12 euro l’ora e solo il 34% dichiara di conoscere i diritti legati al contratto di lavoro che hanno accettato e le forme di tutela annesse.

Al momento prevale l’aspetto occasionale del lavoro, visto che il 50% dei gig workers vi si dedica non più di 1-4 ore a settimana, mentre il 20% tra 5 e 9 ore. Anche se una persona su due sostiene che vorrebbe lavorare di più.

Come migliorare la situazione di tali lavoratori?

Il giurista Pietro Ichino ha, a questo proposito, dichiarato: “Se vogliamo mettere a fuoco e risolvere il problema occorre superare la distinzione tradizionale tra lavoro subordinato e lavoro autonomo e dettare delle discipline specifiche per il lavoro organizzato attraverso la piattaforma digitale.

Per esempio prevedere che il titolare della piattaforma debba interfacciarsi con l’Inps e pagare le retribuzioni rispettando un minimo retributivo e una contribuzione minima essenziale in campo contributivo e antinfortunistico” .


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